Della fantasia delle forme per contenitori…

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Faccio ritorno per una riflessione sulle “geometrie della funzionalità”, premettendo che lo spunto nasce da un ricordo del mio esame di maturità al Liceo Artistico, più di vent’anni fa, durante la prova di Architettura (qualche anima sperduta che legge il blog e che ha condiviso quei giorni con me, ricorderà)…

Eravamo a metà degli anni’90 del secolo scorso, Ikea non aveva ancora invaso l’immaginario collettivo, per ricordarci che la semplicità, la sobrietà e la linearità del minimal, possono essere esteticamente superiori a un sacco di altra fuffa spacciata per design. 

Chi, comunque, aveva la fortuna di comprendere e saper discernere, aveva ereditato, dal precedente Decennio, una certa tendenza di gusto che si evolveva verso forme geometriche pure e con pochi fronzoli… eppoi tutti avevamo appreso dal signor Le Corbusier (1887-1965) che anche l’edilizia razionalista e addirittura quella simil-post-comunista, potevano avere una loro dignità ben precisa.

Il titolo della citata prova di maturità era il seguente: “Progetto per un rifugio di alta montagna”… ora non ricordo se ci avessero indicato anche quanti posti-letto doveva contenere, probabilmente sì…

La prima impressione era stata poco entusiasta, da parte mia, riflettendo sulla scarsa creatività che si poteva investire in un progetto del genere, così soggetto a problematiche relative all’ambiente in cui doverlo inserire. Noi eravamo un gruppo di ragazze (e due ragazzi) che avevano scelto l’indirizzo “artistico”, in opposizione all’indirizzo “culturale”: scritte così non avevano questo gran significato, ma si adottavano queste due terminologie per distinguere chi era più interessato a percorrere uno studio che facesse esplorare maggiormente il disegno dal vero e le forme legate all’ornato e al modellato, rispetto a chi fosse più interessato a perseguire studi di architettura e progettazione. Dicevamo: noi, appunto, della classe ad indirizzo “artistico”, ci sentivamo abbastanza creative e l’uscita di un titolo del genere ci aveva spiazzate non poco…

Risultato? Ricordo progetti e bozzetti azzardatissimi, con un sacco di vetrate tipo mega-hotel superlusso di Cortina d’Ampezzo, roba che, a delle ragazze di neanche 18 anni, con pressoché nessuna esperienza diretta di cosa volesse dire stare in un rifugio di montagna, potevano sembrare quasi avveniristiche, parecchio creative, ma più adatte ad un progetto per un’abitazione faraonica che ad un rifugio. Un “fuori tema” insomma.

… Poi c’era la categoria “scatola da scarpe”, quella in cui rientrava il mio progetto, per nulla creativo ma solo funzionale, assieme a quello di alcune altre compagne. Il professore di Architettura che aveva giudicato i nostri lavori era anche un po’ piccato che delle studentesse di un indirizzo così “creativo”, non avessero tirato fuori il meglio.

Io, in base alla mia attuale esperienza di luoghi visitati in montagna (e relativi rifugi), più o meno in altitudine, ma soprattutto alla luce di catastrofiche, recenti conseguenze di crolli di costruzioni “esagerate”, messe su con intenti da palazzinari in zone impervie e soggette a slavine (vedi Rigopiano, in Abruzzo), non credo di aver fatto una scelta sbagliata, tutto sommato, allora: lasciamo spazio alla creatività estrosa dove ce lo possiamo permettere e invece rispettiamo il vento, le rocce e la neve quando pensiamo di dover costruire in montagna. Ottimizziamo gli spazi e pensiamo che la baita di un alpeggio, abitata da un pastore, deve essere il nostro modello: lì tutto è pietra e legno e tutto è funzionale ma confortevole,  pensato per un riparo piccolo, ma con ogni spazio necessario a disposizione. L’umiltà ci deve ispirare. 

Come se ci costruissimo il nostro eremo personale…

Esorcizzare i dolori

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A nessuno piace il dolore fisico ripetuto… probabilmente nemmeno il più masochista sul pianeta potrebbe gestire, a lungo andare, un dolore sordo ad una parte del corpo, che in continuazione si fa sentire.

I dolori sono alcuni dei sintomi di malesseri o di vere e proprie malattie e negli ultimi decenni, gli esseri umani cosiddetti civilizzati, hanno sviluppato un terrore elevato rispetto ad essi, tanto da voler al più presto “far tacere il male” e spesso accontentarsi in tal modo. Per questa inibizione del dolore, sono stati creati gli analgesici, molti dei quali sono farmaci cosiddetti “da banco”: per l’automedicazione, disponibili anche senza prescrizione medica. Essi alleviano o cancellano il male e intorpidiscono la sensibilità, creando un illusorio benessere.fisico…

… Illusorio, perché non curano il malessere o la malattia in sé.

Illusorio, perché non danno memoria, al nostro cervello, del segnale che il corpo ha trasmesso con il dolore e che rimane nascosto e latente.

Illusorio, perché superficialmente sembra che tutto sia passato ma non è così.

Illusorio, perché momentaneo e limitato nel tempo. Da qui il ripetersi dei gesti che diventano sin troppo familiari ad ogni comparsa di dolore: si butta giù una pillola o si apre una bustina di qualcosa, che dopo tot minuti ci farà sentire meglio.Questa abitudine crea una dipendenza.

Illusorio, perché per inibire il dolore si utilizzano sostanze chimiche che, se introdotte regolarmente nel corpo, dopo anni, possono creare problemi ad alcuni organi e danno comunque effetti collaterali di qualche tipo.

… La gran parte dei disturbi e delle malattie, viene creata da situazioni psicologiche da risolvere, da pesanti fardelli che ci portiamo appresso, faticosamente, perché rifiutiamo di comunicare all’esterno ciò che invece dovremmo: il fatto di essere contrariati, insoddisfatti, arrabbiati o semplicemente delusi. 

Facciamo finta che vada “tutto bene”, mentendo agli altri e a noi stessi, tenendoci dentro tutte le emozioni negative che invece dovremmo buttare fuori, cosa che ci farebbero sentire sicuramente meglio… invece di fare arricchire qualche farmacista e infierire sulla nostra salute. Sto riferendomi alle emozioni negative, ma può valere lo stesso anche per le cose belle, le quali sono da condividere, ogni volta che possiamo, ma spesso sembriamo dimenticarlo.

Non basta, in sostanza, tenersi in forma con lo sport e il cibo: prenderci cura di noi stessi non è come fare manutenzione ad un marchingegno, perché siamo esseri dotati di ragione ma anche di sensibilità e abbiamo delle percezioni emotive che non vanno messe da parte o non considerate importanti. Altrimenti saremmo dei robot, capaci solo di azioni meccaniche ma totalmente insensibili. 

Le emozioni creano poesia… l’opera d’arte suscita emozioni, oltre a suggerire riflessioni razionali.

Non lo dimentichiamo.

I Parchi italiani sono a rischio. L’appello a Ermete Realacci – Lipu Onlus

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http://www.lipu.it/news-natura/conservazione-fauna/11-conservazione/995-i-parchi-italiani-sono-a-rischio-chiediamo-al-presidente-ermete-realacci-non-uccidete-i-parchi

Condivido assolutamente! 

Qualcosa ci allontana sempre da noi stessi…

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“Abbiamo paura della notte, perché abbiamo passato l’infanzia chiusi fra quattro mura imbiancate…”

                                     (Mauro Corona, 2002)

I giorni più brevi e le lunghe notti…

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Credo che, fondamentalmente, il freddo, il gelo ed il buio dell’Inverno facciano paura ai più e possano generare come un senso ancestrale di angoscia, all’idea di non potervisi del tutto difendere.

Il pensiero di notti lunghe e giornate brevi e con poco sole, di sicuro non porta una grande allegria e si tende a restare riparati in luoghi riscaldati, perché in ogni caso è veramente faticoso convivere col freddo, almeno per noi esseri non più dotati di folto pelo e costretti a coprirsi di strati.

Riflettendo sul periodo dell’anno che personalmente mi entusiasma di meno, sono giunta a delle conclusioni che parranno ovvie ad alcuni, ma potranno suggerire ad altri un nuovo modo di guardare alla frenesia da shopping sfrenato che puntualmente si verifica in occasione del natale (volutamente scritto tutto in minuscolo): non è che un ipocrita e patetico tentativo di cercare sicurezza e rifugiarsi negli affetti familiari, nel voler a tutti i costi (è il caso di dirlo) legare a sè l’illusione che ricevere e possedere oggetti, sia fonte di gioia o comunque di tranquillità, quando fuori fa buio presto e spesso si è circondati da grigiume, da alberi spogli (quelli veri, se non sono sempreverdi… oppure li si addobba con luci kitsch, nel vano tentativo di cacciare visioni spettrali) e dal silenzio del gelo.

La verità è che si è completamente perso di vista il senso stesso di una stagione come l’Inverno: il periodo del letargo, in cui anche la terra dorme e ci sarebbe necessità di seguire ritmi più lenti, invece che correre come pazzi a colmare il nostro vuoto interiore nei negozi!

La gente ha paura dell’Inverno. Per questo non rallenta e non si ferma più a pensare: si getta a capofitto in ciò che sono “le feste”, trasformandole in ridde diaboliche all’ultimo regalo e in occasioni di bagordi per esorcizzare la paura della morte, evocata dal gelo e dall’oscurità circostanti. Ma il gelo, la notte e la morte stessa, sono da accettare come rovescio della medaglia della vita e non si possono mai veramente scacciare, perché sono parte integrante di tutto ciò che comprende il nostro percorso su questo pianeta.

Non esiste dunque prezioso regalo in grado di poter cancellare tutto ciò. Non mi resta che augurare a tutti:

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(fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Krampus e https://www.google.it/search?q=krampus&client=firefox-b-ab&source=lnms&tbm=isch&sa=X&ved=0ahUKEwizu4neqf7QAhVeM1AKHQMuB-UQ_AUICCgB&biw=1280&bih=667#imgrc=RzykeKodWr8S5M%3A)

… Inno alle Geometrie (per me) Sacre:

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… Non cercare chissà dove l’Essenza dell’Universofarfalla-jpg… Ma torna alle nostre Origini ed alle Forme Primigeniedscn4214dscn3063dscn2781dscn2771… La Perfezione della Forma è pre-umanadscf1966…Ed è la vera Bellezza che muove il mondo abruzzo-2011-001

Nuova ignoranza turistica: il revisionismo dell’antico

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Vorrei affrontare questo argomento: esiste un certo tipo di “revisionismo”, nel quale mi sono imbattuta, a più riprese, lo scorso inverno e nel mese di Agosto, nella regione Abruzzo: terra meravigliosa e ancora ricca di testimonianze del “nostro”mondo antico e pagano, che ci ha lasciato intere città romane, necropoli più antiche e templi ancora visibili…oltre ad alcuni un poco nascosti ma che un occhio esperto sa ritrovare, inglobati in qualche possente struttura romanica o ricavati nella roccia viva di qualche grotta sacra.

Come in ogni sito archeologico, anche ivi compaiono i caratteristici cartelli di segnaletica turistica color marrone, simili in tutta Italia, che indicano scavi oppure rovine e spesso informano con una didascalia, o semplicemente delle date, del periodo storico in cui si inserisce la datazione del sito.

A fianco di questa segnaletica, sono comparsi, da qualche tempo, altri cartelli, dalla grafica curata e recanti l’immagine-simbolo del famoso Guerriero di Capestrano (VI sec. a.C.), sui quali leggere, anche dettagliatamente, le informazioni storico-artistiche relative ad alcuni antichi complessi::chiese medievali, abbazie etc., che ne sottolineano correttamente i vari interventi nel corso dei secoli e gli stili che si sono susseguiti.

Trattandosi, per ovvie ragioni storiche, del cristianesimo come di una religione più recente rispetto a quella pagana del mondo greco-romano o italico che ha popolato le nostre terre, e trattandosi di un credo monoteista, che è riuscito ad istaurarsi e soppiantare il paganesimo utilizzando le medesime risorse che lo stesso aveva messo a disposizione (in termini di figure mitologiche e di elementi architettonici riadattati all’uso) ecco che non ci si può esimere, nel trattare un argomento quale sia quello dell’architettura sacra cristiana, dall’indicare che le fondamenta della maggior parte delle chiese che risalgono all’epoca bizantina o altomedievale e oltre, poggiano su templi pagani dedicati a ben altre divinità… in diversi casi invece, si hanno chiese e monasteri sorti presso fiumi o necropoli risalenti al Paleolitico, oppure in altri luoghi sui monti considerati sacri agli Dèi.

Bene: i famigerati cartelli che affiancano quelli “ufficiali” apposti dallo Stato, non informano affatto di situazioni preesistenti a quelle risalenti all’epoca cristiana e sistematicamente omettono tutto ciò che è venuto prima del Medioevo, contrariamente a quanto invece descrivono le guide turistiche, anche le tascabili… 

Si vorrebbe, in tal modo, tentare di cancellare ed obliare che alla nostra storia e cultura appartengono tanto i monumenti cristiani quanto quelli pagani? La storia dell’arte insegna che senza il mondo antico, in realtà, non sarebbe stato possibile l’attuale: senza tutto il substrato dell’immaginario greco-romano, il quale ha comunque attinto a piene mani dalla mitologia egizia e assiro-babilonese, non esisterebbe un’iconografia cristiana e pertanto non potrebbe esistere una vera storia dell’arte occidentale… fermo restando il fatto che tutti dimenticano, oramai: il Cristianesimo è nato in Medio Oriente, non certo qui in Europa. 

Dunque: perché debbono esistere cartelli informativi così squisitamente “faziosi” nei contenuti? 

Chi sponsorizza queste pubblicazioni?

La Comunità Europea è a conoscenza di queste “censure revisioniste”?

Dopo secoli di improbabili “Gesucristi ariani” moltiplicati ovunque nelle immagini sacre, adesso ci dovremmo bere la storiella delle pievi medievali sorte dal nulla?

Ma se le cime dei monti, ad ogni latitudine, sono zeppe di croci e crocette, per cercare di scongiurare gli antichi Dèi dei boschi, allora qualcosa si teme davvero, tanto che si preferisce evitare del tutto di dare spiegazioni?

 

 

 

 

 

 

 

Tuoni, fulmini e saette

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Sembriamo tutti troppo impreparati ed attoniti, ultimamente, avendo avuto notizie di cronaca che riportano di vittime di fulmini. Non esiste nulla di altrettanto naturale, in verità: siamo noi sempre più disabituati ad avere direttamente a che fare con gli elementi naturali primordiali!

Leggevo, giusto qualche tempo fa di come, nel Paleolitico (2 milioni e 500.000 anni fa) i nostri progenitori avessero imparato a rispettare i luoghi, spesso situati in altitudine, dove i fulmini si concentravano, ritenendoli sacri. Non a caso, fra gli attributi degli Dei più antichi, troviamo sempre le folgori, o più generalmente il fuoco, che riassume in sé anche l’elemento legato alla tempesta e al poter comandare la Natura e le forze primigenie.

Alcune alture di rocce ferrose, ho scoperto, attirano un maggior numero di fulmini rispetto ad altre: da qui la scelta, da parte dei nostri antenati, di collocare su alcune cime con queste caratteristiche, particolari templi in luoghi di culto o farne, semplicemente, ricettacolo di offerte votive e propiziatorie.

Tutti più o meno sappiamo, o dovremmo sapere, che quando ci sorprende un temporale e siamo in aperta campagna o in un bosco, l’ultima cosa da fare dev’essere quella di ripararci sotto gli alberi… eppure quante volte è capitato che, puntualmente, per non bagnarci, abbiamo fatto esattamente il contrario? A me è successo e stupidamente, mentre ero sotto l’albero, pensavo proprio che stavo rischiando di ricevere una saetta in testa. Il comportamento corretto, invece è quello di stare abbassati e cercare di non essere il soggetto più alto nei dintorni, facendo attenzione anche al terreno perché le scariche elettriche si possono propagare e “rimbalzare” facilmente, correndo il rischio di essere investiti lo stesso dal fulmine.

Gli animali, invece, percepiscono prima di noi l’avvicinarsi dei temporali, i cambiamenti di pressione e i campi magnetici e in genere se ne allontanano, cercando un riparo accucciandosi a terra, possibilmente sotto un anfratto. I cani e i gatti, ad esempio, se spaventati dai tuoni e dal vento, tendono ai medesimi comportamenti anche in casa.

La riflessione che dovremmo fare in tal senso, noi presuntuosi umani, è ancora una volta quella di osservare gli animali che si rifugiano in luoghi sicuri, senza perdere tempo a voler sfidare le intemperie a tutti i costi e aspettare, con pazienza, che il Dio del tuono e delle folgori, abbia deciso di rivolgere il suo potere altrove…

Cave canem?

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Recentemente c’è stato un evento che mi ha tenuta lontana da queste pagine virtuali.

Una delle conseguenze di quanto è accaduto, è stata quella di prendere un cane. Lo stesso cane che dieci anni fa è stato portato cucciolo a casa della nonna e che poi era rimasto con mio padre. Ora che loro non ci sono più, lui è con me e il mio compagno.

Le persone che conosco (non intendo gli amici) sono un po’stupite dalla novità, ma dopo i primi cinque minuti di domande retoriche, sfoggiano frasi ancora più retoriche e direi grottesche, dette perché forse si sentono in dovere di dire qualcosa e non sanno bene nemmeno loro cosa.

Al di là delle facezie, ho un piccolo campionario di  considerazioni e “chiose”, delle quali spiccano queste, tra le più gettonate:

  • “Così ti fa compagnia”… e qui non si è ancora ben capito se chi lo dice ha inteso che la sottoscritta non ha deciso di prendere con sè il cane perché si sente sola o si annoia, ma per cercare nei limiti del possibile di offrirgli un continuum di esistenza serena e momenti di felicità e svago, come si merita ed è suo diritto. In realtà, bisognerebbe semmai indagare su CHI fa compagnia a chi, tenuto conto di cosa abbia veramente spinto, millenni fa, i nostri progenitori ad avvicinarsi ai lupi e a volerli addomesticare.
  • “Che bello, è di una taglia perfetta: né troppo grande, né troppo piccolo”… come se fosse un vestito, che deve cadere a pennello! Se fosse stato un alano di 70 chili, lo avrei amato lo stesso. In ogni caso non penso ad una creatura vivente come ad una complemento d’arredo per casa mia, o a qualcosa di “chic” da “sfoggiare”.
  • “I cani sono un impegno”… perché: i gatti, criceti, o i conigli no? Non li si deve comunque nutrire, pulire, curare e impiegare parte del tempo in giochi; coccole e interazioni di vario tipo? Se avessi adottato un bambino credo, senza dover creare troppo scandalo affermando ciò, che sarebbe stato più o meno lo stesso… da parte mia almeno.
  • “E adesso COME fai?”… pare che, secondo alcuni, adottare un cane sia impresa che non permette di fare più nulla. Sorpresa: non è così! Faccio più o meno le cose che facevo prima, soltanto, in modo che lui stia con me per quanto più tempo possibile, dunque: in modo organizzato.
  • “Però è carino…”… Wow! Sapeste anche quanto è furbo, intelligente e testa dura! Bisogna sempre fare riferimento all’estetica, per accettare che un altro essere vivente e senziente condivida gli spazi e i giorni con noi umani…

… Mi sovvien di chiedere, a questo punto ed in conclusione:

cosa significherà mai, per alcune persone,  quella strana cosa chiamata EMPATIA?

Umana patetica estetica

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Chi si liscia le penne e si mette in mostra: il comportamento degli uomini non è poi così differente da quello degli uccelli durante il corteggiamento: rituali simili per simili fini.

A volte penso (ho sempre pensato) che determinate azioni siano così prevedibili e ridondanti, che non capisco cosa diavolo spinga degli esseri dotati di ragione a commetterle.

Probabilmente la mia domanda è
altrettanto banale quanto retorica, perché appunto tutto ha uno scopo e a quanto pare, mettersi in mostra fa ottenere risultati, piuttosto che rimanere “nell’ombra”.
Così si obbedisce a leggi di natura che hanno come unico fine la sopravvivenza della propria specie.

Ragionando, però, c’è lo stesso qualcosa che non torna:
l’essere umano è rimasto il solo a differenziarsi veramente da quelli che sono stati i suoi progenitori, avendo perduto la gran parte dei peli sul corpo, dovendo coprirsi per proteggersi dal freddo o dalla pioggia;
non è più in  grado di camminare e correre scalzo;
è più vulnerabile per quanto riguarda le malattie e deve ricorrere a rimedi esterni per mantenersi in salute;
ha dovuto compensare con la tecnica e la tecnologia laddove non arriva alla perfezione della rigenerazione del suo stesso organismo;
non è particolarmente bello o naturalmente elegante “di suo”, al contrario di gran parte degli altri esseri che popolano il pianeta, i quali sono dotati di colori sgargianti e movenze aggraziate o sinuose, che sono innate.

La Natura ha dato, per necessità, ad alcune creature una livrea particolare e finora nessun essere umano è stato in grado di arrivare ad una tale sintesi estetica e di utilità… l’uomo artista si vuole avvicinare a questa perfezione, ma per il momento può solo limitarsi a copiare, a farsi ispirare e ad imitare colori e forme.*

L’uomo crea un’arte, la Natura E’ Arte… e crea persino l’artista.

 

cignoDSCN2107garzettaLibellula

*Gli spunti, le riflessioni e le immagini qui riprodotte devono un GRAZIE sentito a Vidra, senza il quale molto di tutto ciò non sarebbe stato possibile.Abruzzo 2011 164