Lui…

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Sì: l’ho incontrato! Quindici giorni fa, in un’ occasione quasi fortuita e quasi fuori contesto per lui, l’ho incontrato ed era qui, letteralmente “sotto casa”, ovvero presenziava all’ inaugurazione di un sua personale (che ha per tema un vecchio progetto di film mai realizzato sulla Formula Uno), nella pinacoteca della cittadina dove vivo.

Lui è nientepopodimeno che mr David Cronenberg.

E’ vero, ormai, che il mondo è sempre più piccolo e sembra che ogni cosa sia più vicina, “a portata di click”, ma tutto mi sarei aspettata nella vita, tranne di poter essere a tu per tu con uno dei registi e sceneggiatori dei quali ho più ho amato ed ammirato il genio.

Eccolo là: scende dall’auto nera e dice che ha caldo, perciò non porta la giacca. E’ tutto vestito di nero (un mio amico diceva che “quando si arriva al nero…” e poi non aggiungeva nulla, come a sottolineare di una certa consapevolezza intrinseca raggiunta: un livello superiore), è un bel contrasto con la chioma folta, imbiancata. Elegante.

Non avevo mai visto molte foto di Cronenberg, negli anni, a parte alcune immagini di lui che dirigeva, soprattutto degli anni’80. Lo ricordavo serio, con gli occhiali e con il profilo meno appuntito, ma adesso, in questa fase matura, sorride cordialmente ed è di poche parole… forse perché ha sempre fatto parlare per sé le immagini inquietanti suoi film.

Chissà cos’hai pensato, David che vieni dal Canada, di questa realtà di provincia, che-più-di-provincia-non-si-può: del sindaco e degli altri esponenti delle Istituzioni, impettiti alla tua presenza, in un pomeriggio sonnolento qualunque, fra i treni dei pendolari e gli sfaccendati della piazzetta.

Tu che, giustamente, ti sei autodefinito “un profeta”, che hai scoperchiato tutti i vasi di Pandora che ci tenevano ancora legati, per un filo sottile, alle nostre patetiche certezze: hai analizzato in “Scivers” (1975) il demone-virus sottopelle, il morbo senza nome che ci può colonizzare a nostra insaputa con “Rabid” (1977) e ci trasforma (noi donne, nella fattispecie) in killer, hai stravolto il concetto di maternità e riletto a modo tuo il concetto di gravidanza isterica con “The Brood” (1979) e riprogettato i confini del corpo umano come posseduto e lentamente fagocitato dal dna di un insetto nel tuo remake di “The Fly” (1986). Questi solo per citarne alcuni.

A te, che hai condizionato inevitabilmente, la mia e l’altrui immaginazione, nell’ ambito di tutto ciò che coinvolge il corpo, i cinque sensi e la psiche umana, io dico grazie.

Ci hai fatto comprendere che eravamo, da decenni, già dentro ad una realtà malata… in cui lo scenario di “Existenz” (1999) era, dolorosamente, uno dei migliori possibili.

Ma i più visto niente di simile, del tuo linguaggio cinematografico… e niente più lo sarà.

Kintsugi

Dove vanno a dormire gli aironi? Hanno grandi nidi in alto, sopra fronde di alberi vicini a fiumi, oppure dentro a cespugli fitti…

Dove volano le cicogne e i fenicotteri eleganti? Disegnano nel cielo sbuffi di bianco, nero e rosa e scompaiono all’orizzonte.

Tutta la loro perfezione e meraviglia sono state oggetto di contemplazione e componimenti poetici nel Giappone antico.

Nondimeno, la filosofia giapponese, getta sguardi metaforici e investe le varie pratiche artistiche ed artigianali, per insegnare molto di più della mera contemplazione, della bella calligrafia o della composizione di fiori.

Ad esempio: da secoli in Giappone si ammira l’ oggetto ammaccato, usato, dove si evincono la patina del tempo e la scalfittura o la rottura di alcune parti, le quali vengono saldate fra loro attraverso una lacca che contiene polvere d’ oro o d’ argento. Questa tecnica viene chiamata kintsugi (riparare con l’ oro), risale al 1400 e rende unico e prezioso l’ oggetto proprio grazie alla nuova bellezza acquisita dall’ oro della riparazione, il quale crea un disegno originale, pur evidenziando un difetto.

Appare abbastanza evidente come l’ arte dello kintsugi si possa applicare con successo alla vita stessa e renderci abili nel fare rifiorire, risplendere un rapporto incrinato, colmandoli con l’ oro dell’ esperienza, della tolleranza, del perdono… col tempo si diventa abili artisti.

La maestria sta nel riuscire a curare le ferite, rinsaldare il tutto e renderlo prezioso, più di quanto non sia stato in precedenza… dimenticando per un po’ il nostro pragmatico e distratto modo di agire occidentale, che vorrebbe facilmente disfarsi di ciò che rotto o soltanto scheggiato, compromesso…

Noi e Io…

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… Noi, sovente, facciamo cose che le persone non fanno di frequente: andar per boschi, inseguire voli di aironi o rapaci, vagare su rive di fiumi o cercare camosci che salgono per alcune cime.

Seguiamo tracce di altri viandanti curiosi, che non badano alle prime apparenze, per scoprire territori di confine e ritrovare conferme in noi stessi.

Siamo specchi dei luoghi che frequentiamo, siano essi materiali o immaginari, cercando una via per essere migliori, per imparare come in natura e nella cultura ci si possa realizzare.

Stiamo in religioso silenzio quando si tratta di ammirare gli animali, siamo assiduamente impegnati e dedicati alle uscite, seguiamo con disciplina, regole non scritte, dettate dal silenzio e dall’ osservazione della natura.. tutto molto spartano, essenziale, minimale, che esclude necessariamente ogni alternativa.

Mi sorgono alla mente alcuni versi di Battiato (ebbene sì!)… cantati però da Lindo Ferretti, quando era con i C.S.I.:

” E ti vengo a cercare

Anche solo per vederti o parlare

Perché ho bisogno della tua presenza

Per capire meglio la mia assenza.

[…] Un rapimento mistico e sensuale

M’ imprigiona a te.

Dovrei cambiare l’oggetto dei miei desideri

Non accontentarmi di piccole gioie quotidiane

Fare come un eremita che rinuncia a sé… ”

(C.S.I. Linea Gotica, 1996)

Questo è il succo della direzione che credo di aver intrapreso, da un po’ a questa parte, per riuscire a dare un senso alle cose e constatare che posso raggiungere un più alto livello di consapevolezza, anche se bisognerebbe sempre tendere alla perfezione, è vero! Le pretese son tante e molto dipende da me, ma, pardon: forse sono “umana, troppo umana”… mi auguro almeno di migliorare e raggiungere uno stato di libertà e serenità maggiori, che non mi faccia pentire di dover reprimere (qualcuno direbbe “riportare alla ragione”) determinati aspetti del mio carattere, di dover sublimare, un po’ come fanno gli asceti, in mistica solitudine…

… Mai avuto paura,della solitudine.

Durante una pausa, o un sogno, può accadere che…

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… A volte arrivano come ondate di piena, senza controllo.

Altre volte ti girano attorno, sornioni… e piano piano ti ritrovi accerchiata, senza scampo…

Sono frasi, stralci di poesie, nomi di persone, giochi di luce visti anni prima, sul volto di qualcuno raffigurato in un ritratto, che si inseguono e rimandano la mente a cercare le connessioni tra di essi e le tue sensazioni.

Non arrivano mai a caso: tutto è collegato e denso di significati, soprattutto ciò che la nostra mente registra per poi “metter da parte”, lì, in un angolo che non sappiamo esattamente dove sia, ma sappiamo riconoscere quando fa affiorare i ricordi.

E’ tutto insito in noi, ma i significati si rivelano sempre dopo qualche tempo e se rimangono misteriosi, vuol dire che noi non li abbiamo saputi leggere e ce li siamo lasciati sfuggire da sotto il naso…

Una riflessione

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Per fortuna siamo più antichi di quanto crediamo. Per fortuna, sono molto antichi i nostri cromosomi e mantengono in noi memorie recondite che i nostri giovani, spauriti neuroni non possono riconoscere…

Le grandi, violente religioni monoteiste ci hanno resettato le menti e sono riuscite perfettamente nell’intento di costruire falsi ideali per creare presupposti di guerre e odio fra i popoli.

E noi, succubi, incapaci di prendere atto dello scempio, abbiamo portato avanti errate convinzioni di supremazia sulla Natura, sugli altri Esseri e anche sui nostri simili.

Hanno fatto in modo che il nostro istinto vero, autentico e primigenio fosse soffocato, represso e zittito. Non siamo più in grado di riconoscere davvero chi siano i nostri simili, non sappiamo quasi più comunicare, a livello empatico, con le creature che vivono sul pianeta perché, purtroppo, da tempo le percepiamo come “altro”… quando invece basta fermarsi ad osservarle per un certo lasso di tempo, per riconoscersi in loro e comprendere il loro linguaggio.

Una muta saggezza antica ci rimanda, umilmente, alle nostre origini, senza bisogno di falsi miti autoimposti e conseguente superficialità nel guardare chi divide la Terra assieme a noi e non è nato per doverci servire.

Dodici notti sovrannaturali 

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… Chi si prepara ad ogni possibile, surreale incontro fra vivi e morti, non teme le dodici notti sulle quali si stanno affacciando i nostri sogni, in questo periodo dell’anno.

Buon Solstizio d’Inverno a tutti e ricordate che, ciò che all’apparenza sembra oscuro e minaccioso, non sempre è negativo e al contrario: guardatevi dall’ingannevole buonismo che molte persone superficiali mettono in circolo in questi cosiddetti “giorni di festa”. La gran parte di queste persone non ha nemmeno capito cosa si stia realmente, ancora festeggiando, ovvero: la (ri)nascita del Sole e della luce che, lentamente, tornano ad illuminare per un tempo maggiore le giornate.

Si fugano le tenebre precoci e si assiste all’ “eterno ritorno” del Sole che ci condurrà alla Primavera e ai futuri raccolti, per questo si usa ancora scambiarsi doni: ci si propizia l’abbondanza e si esorcizzano i demoni del gelo e del buio, che presto faranno ritorno alle loro tenebrose foreste… c’è comunque tempo sino al 6 Gennaio per incontrarli, non temete, eh, eh!

Minuscoli miracoli (che accadono davvero!)

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… Se la Primavera è spinosa e urticante, perché ricca di forze che esplodono per far sbocciare fiori vivaci e disseminare pollini, allora è diametralmente opposta alla morbidezza dei toni autunnali, così caldi che avvolgono e ci cullano, preparandoci al gelo invernale e alle mattine di terra brulla e dura nei campi.… Poi vi sono creature insospettabilmente tenaci e forti, come questo piccolo pettirosso, che ogni anno in questo periodo, volano per migliaia di chilometri, dal Nord Europa sino a noi, per svernare e rifocillarsi durante il periodo col clima più rigido dell’anno. 

… Guardate: credo non abbia paura di niente e di nessuno, minuscolo guerriero dal canto melodioso! 

Fabrizio de Andrè cantava di un “pettirosso da combattimento”… non a caso. 

Che tu possa trovare ancora e ancora la strada per raggiungerci… e noi, stupidi umani, non ti potremo mai eguagliare per bellezza e perfezione. Potremo però nutrirti un poco e ammirarti, per quanto ce lo consentirai.

Appunti di una sognatrice ad occhi aperti (o pazza visionaria… )

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… Senza arte né parte? Può sembrare, ma il mio istinto difficilmente sbaglia… 

Le creature che ci possono aiutare a ritrovare la strada giusta, sono gli animali: la loro semplice purezza di “linguaggi” è uno dei segreti che dobbiamo svelare e che, se siamo attenti, rivela molto di più di ciò che crediamo di voler sapere. Essi sono dei messaggeri di altre dimensioni, alle quali non siamo più in grado di accedere da troppo tempo…

Estate…

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… Scrivere di vento e sole, di attese lente e parole a sussurri, di gesti pacati e ore passate a scrutare fra alberi e meraviglie. Ogni tanto, voci di rane e ali di libellula, distolgono l’attenzione dalle macchie verde brillante e l’acqua, piano, s’increspa… poi tutto torna al silenzio: le cicale ritmano i vuoti d’aria calda e si cuoce lentamente, la campagna circostante, indolente.

Un volo d’airone staglia il suo profilo controluce.

E’ tempo di guardare più in là.

… Il mio cane, più saggio di me sulle cose della natura, ha scavato un poco la terra, dove è più fresca e ci si è messo a riposare…

Della fantasia delle forme per contenitori…

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Faccio ritorno per una riflessione sulle “geometrie della funzionalità”, premettendo che lo spunto nasce da un ricordo del mio esame di maturità al Liceo Artistico, più di vent’anni fa, durante la prova di Architettura (qualche anima sperduta che legge il blog e che ha condiviso quei giorni con me, ricorderà)…

Eravamo a metà degli anni’90 del secolo scorso, Ikea non aveva ancora invaso l’immaginario collettivo, per ricordarci che la semplicità, la sobrietà e la linearità del minimal, possono essere esteticamente superiori a un sacco di altra fuffa spacciata per design. 

Chi, comunque, aveva la fortuna di comprendere e saper discernere, aveva ereditato, dal precedente Decennio, una certa tendenza di gusto che si evolveva verso forme geometriche pure e con pochi fronzoli… eppoi tutti avevamo appreso dal signor Le Corbusier (1887-1965) che anche l’edilizia razionalista e addirittura quella simil-post-comunista, potevano avere una loro dignità ben precisa.

Il titolo della citata prova di maturità era il seguente: “Progetto per un rifugio di alta montagna”… ora non ricordo se ci avessero indicato anche quanti posti-letto doveva contenere, probabilmente sì…

La prima impressione era stata poco entusiasta, da parte mia, riflettendo sulla scarsa creatività che si poteva investire in un progetto del genere, così soggetto a problematiche relative all’ambiente in cui doverlo inserire. Noi eravamo un gruppo di ragazze (e due ragazzi) che avevano scelto l’indirizzo “artistico”, in opposizione all’indirizzo “culturale”: scritte così non avevano questo gran significato, ma si adottavano queste due terminologie per distinguere chi era più interessato a percorrere uno studio che facesse esplorare maggiormente il disegno dal vero e le forme legate all’ornato e al modellato, rispetto a chi fosse più interessato a perseguire studi di architettura e progettazione. Dicevamo: noi, appunto, della classe ad indirizzo “artistico”, ci sentivamo abbastanza creative e l’uscita di un titolo del genere ci aveva spiazzate non poco…

Risultato? Ricordo progetti e bozzetti azzardatissimi, con un sacco di vetrate tipo mega-hotel superlusso di Cortina d’Ampezzo, roba che, a delle ragazze di neanche 18 anni, con pressoché nessuna esperienza diretta di cosa volesse dire stare in un rifugio di montagna, potevano sembrare quasi avveniristiche, parecchio creative, ma più adatte ad un progetto per un’abitazione faraonica che ad un rifugio. Un “fuori tema” insomma.

… Poi c’era la categoria “scatola da scarpe”, quella in cui rientrava il mio progetto, per nulla creativo ma solo funzionale, assieme a quello di alcune altre compagne. Il professore di Architettura che aveva giudicato i nostri lavori era anche un po’ piccato che delle studentesse di un indirizzo così “creativo”, non avessero tirato fuori il meglio.

Io, in base alla mia attuale esperienza di luoghi visitati in montagna (e relativi rifugi), più o meno in altitudine, ma soprattutto alla luce di catastrofiche, recenti conseguenze di crolli di costruzioni “esagerate”, messe su con intenti da palazzinari in zone impervie e soggette a slavine (vedi Rigopiano, in Abruzzo), non credo di aver fatto una scelta sbagliata, tutto sommato, allora: lasciamo spazio alla creatività estrosa dove ce lo possiamo permettere e invece rispettiamo il vento, le rocce e la neve quando pensiamo di dover costruire in montagna. Ottimizziamo gli spazi e pensiamo che la baita di un alpeggio, abitata da un pastore, deve essere il nostro modello: lì tutto è pietra e legno e tutto è funzionale ma confortevole,  pensato per un riparo piccolo, ma con ogni spazio necessario a disposizione. L’umiltà ci deve ispirare. 

Come se ci costruissimo il nostro eremo personale…